UNIVERSITA’ SENZA MERITO E SENZA QUALITA’: I NO-GELMINI


Senza cultura l’Italia non è niente. Il mondo ci considera un patrimonio con un’unicità straordinaria.  Ma l’Università come altri settori affini continuano a vivere in bilico tra riforme fallite, condizioni penose di sviluppo e un Paese allo sbando.Vediamo cosa succede in questi giorni sul versante Università.

Un articolo di Nicola Lillo

La Torre di Pisa, la Mole Antonelliana, il Colosseo ed altri luoghi di cultura e di arte, simboli della nostra Italia. Occupati da giovani universitari per protestare contro la riforma Gelmini. Luoghi scelti (si presume) con cura, ad indicare l’altezza dell’intelletto umano che li ha concepiti e che (vorrebbero far capire) a causa di queste riforme non porteranno ad un italiano, che uno, degno di quelle bellezze artistiche e di quella cultura. Bene. Anzi, male.

Sì, perchè a leggere le cronache della nostra città, Bologna, e avendo vissuto in prima persona le manifestazioni dei “giovani studenti universitari” si vedono sempre le stesse forme. “Una trentina di studenti dei collettivi, questo pomeriggio (riferito a due giorni fa,ndr), ha invaso Palazzo D’Accursio: i giovani sono saliti per lo “scalone dei cavalli” e, entrati nel salone della mostra dedicata a Guglielmo Pizzirani, hanno appeso striscioni fuori dalle finestre. Uno di loro, col megafono, ha incitato gli altri che urlavano “dimissioni”, un invito al ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, e al Governo” si leggeva alcuni giorni fa sui giornali. A Bologna non si va in alta quota come nelle altre città. E gli studenti dei collettivi portano avanti le proteste con occupazioni e coinvolgendo, spesso addirittura gestendo, le manifestazioni dei liceali. Ad osservare bene, poi, si nota come la maggior parte degli studenti non sia consapevole in pieno delle conseguenze di questa riforma, contrariamente a quando si legge su alcuni giornali.

La protesta sembra più un grido di protesta per una società che sta andando in malora che uno specifico atto contro una delle tante riforme sbagliate.

Le manifestazioni alcuni anni fa partivano dal lancio di sacchetti di vernice contro le auto delle forze dell’ordine, per arrivare poi alle pietre raccolte dai binari da loro bloccati. Anche quelle verso la polizia in tenuta anti-sommossa. Il tutto condito da urla contro i giornalisti o da chi esprime un qualche dissenso: “servi del potere, fascisti”, e cori da stadio.
È triste passeggiare per le manifestazioni chiedendo conto ai giovani dei licei il motivo per cui si trovino lì. “La Germini (sic) ci taglia i fondi”. La Gelmini non resterà nelle storia come paladina della meritocrazia. La sua abilitazione ad avvocato a Catanzaro, l'”esamificio” sottoposto a scandalo e relativa inchiesta ne sono la prova. Ma è proprio lei la causa della riforma? Alberto Stanchi, dell’Osservatorio per il diritto allo studio universitario di Torino, ha sottolineato che “chi protesta contro i tagli non lo fa contro questo disegno di legge”, perchè questo ddl non taglia nulla. Quello spetta ad altri. E lì si può discutere. C’è un po’ di confusione su questa riforma. Giusta o sbagliata che sia.
Ma quali sono i punti centrali della riforma dell’Università?
Aumenteranno i membri esterni nel Cda. Il ruolo del senato accademico e il consiglio di amministrazione sarà modificato, quindi. Si vuole introdurre una distinzione tra i due, che oggi non c’è. Il senato accademico si occuperò solo di didattica, mentre il Cda gestirà le spese, le assunzioni, i costi. I membri esterni, già presenti col 10% di unità, diventeranno il 30% come soglia minima. E qui in molti contestano per il timore di privatizzare gli atenei pubblici, anche se sarà il senato accademico a scegliere i membri esterni del cda.
Un’altra norma riguarda il rettore, eletto da tutti i docenti, che avrà una durata in carica di massimo sei anni, il primo di tre, rinnovabile solo una volta, e potrà essere destituito.
Ma gli aspetti che più vengono contestati dai giovani sono i contratti per i ricercatori. Innanzitutto saranno ammessi alle selezioni per i ricercatori locali solo gli abilitati alla lista nazionale. Verranno poi introdotti i contratti “tenure track”. Di due tipi. Triennali prorogabili per soli due anni, con valutazione delle attività e ricerche svolte. E contratti triennali non rinnovabili. Per questi ultimi però, al termine, se il ricercatore sarà ritenuto all’altezza dall’ateneo, e quindi valido, potrà essere confermato a tempo indeterminato come associato, sempre se abbia ricevuto l’abilitazione per il suo ruolo. In caso contrario si troverà per strada. Questo punto viene criticato poiché  rinforza la “precarizzazione della figura del ricercatore” già precaria.
Altra norma riguarda le ore di insegnamento dei professori. Con il uovo Ddl infatti, dovranno tenere 1500 ore annue di didattica, di cui 350 al servizio degli studenti. E anche i ricercatori a tempo pieno dovranno usare 350 annue per insegnamento integrativo.
Verrà poi istituito un fondo per gli studenti più bravi. Un fondo per il merito, per promuovere l’eccellenza. Non verrano prese in considerazione, però, le condizioni economiche dei richiedenti per l’assegnazione dei benefici. Anche questo punto viene fortemente criticato in quanto “non assicura il diritto allo studio a tutti”.
I professori poi andranno in pensione a 70 anni anziché a 72. Senza possibilità di prorogare l’età pensionabile. Come già detto poi non ci sarà alcun taglio all’università, poiché la riduzione de fondi non è decisa dal ministero dell’istruzione.
Anche se, la maggior parte della protesta, sembra incentrarsi proprio su quest’ultimo punto, che non va nel merito della riforma.
Già con la riforma Fioroni ci furono le stesse polemiche, prima ancora per quella Moratti, e via via per ciascun governo. E con le stesse argomentazioni e critiche.
Qui non si vuole né difendere, né criticare la riforma del Ministro Gelmini. Si vuole solo sottolineare l’improduttività di una protesta che va avanti da anni con gli stessi soggetti, le stesse modalità, le stesse forme, così consumate da far allontanare chi veramente vuole e può fare qualcosa di positivo per trasformare l’Università.


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